SULLA MANIFESTAZIONE DEL 13 MAGGIO

Che ogni Avvocato abbia diritto a un giusto compenso, e le prestazioni rese debbano essere giustamente remunerate, è fuori di dubbio. Il compenso incide sulla qualità, sull’organizzazione, sull’aggiornamento e su ogni segmento della vita di un Avvocato. Il compenso dovrebbe essere anche remunerativo del grande investimento che ogni Avvocato ha fatto nella sua vita, prima di poter esercitare la professione in termini di tempo e risorse, di sacrifici e rinunce, spesso di mortificazioni, a volte di disperazione. Dovrebbe includere
una sorta di risarcimento per i primi anni di professione, durante i quali il giovane praticante o avvocato è spesso sfruttato e, ora, è costretto a pagamenti anche se non incassa. Dovrebbe. Ma non lo è.
Ed è giusto, dunque, combattere per i ripristino dei minimi tariffari, riconosciuti nella loro giustezza dalla Corte Europea, e indicativi anche delle responsabilità, delle grandi responsabilità, che la professione comporta.

Ma oggi, la priorità delle nostre battaglie dovrebbe essere il giusto processo, ignobilmente compromesso dalla riforma. Non dobbiamo dimenticare la nostra funzione pubblica, quella di garantire il rispetto dei diritti e delle libertà. Non dobbiamo abdicare ai nostri doveri. Oggi viviamo in uno stato iniquo, che comprime diritti e libertà in nome di non si sa che cosa. Uno stato che sta man mano azzerando le garanzie, che non rispetta i cittadini e non riconosce più quei diritti costituzionali che afferma, invece, di difendere.

Ebbene, le Camere Penali, nella sacrosanta protesta di questi giorni, non hanno trovato sostegno da parte delle nostre istituzioni.

Qualche associazione si è schierata a sostegno, tra cui l’UIF, ma nè l’OCF nè il CNF hanno levato la loro voce per tentare di fermare queste norme liberticide, create sul falso mito del processo celere e del risparmio di spesa, ma con lo scopo, per altro ben visibile, di comprimere il diritto di difesa, cioè quel diritto sul quale l’Avvocatura è chiamata a vigilare al di sopra di ogni altra cosa, e che oggi è considerato un intralcio.

Quest’assenza sta già facendo rumore, poichè nella magistratura comincia a farsi strada l’eventualità di configurare, nelle delibere dell’UCPI sull’astensione, l’abuso del diritto di sciopero, legittimando la discrezionalità del giudice nel riconoscere o meno al difensore il suo diritto di protestare.

Nè miglior sorte spetterà a cosiddetti civilisti: basti pensare che con la riforma della Magistratura Onoraria, elevandosi a dismisura le competenze del Giudice di Pace, senza adeguare uffici già agonizzanti, la paralisi dei processi da trattare in quella sede sarà inevitabile e difficilmente gestibile.

In questo panorama, e in questo momento di generalizzata difficoltà economica, l’Avvocatura scende in piazza.

Lo fa insieme ad altre professioni per difendere, agli occhi dell’opinione pubblica e, soprattutto dei media, il proprio portafoglio. Non la Libertà, non il Diritto di difesa, non il Giusto Processo.

Così fornendo un alibi incontrastabile a chi sostiene che siamo imprese e, in quanto tali, assoggettate alle regole sulla concorrenza, alle regole del mercato, e a tutti i relativi incombenti, così allontanando l’ipotesi di riconoscere alla nostra professione quel rango costituzionale che le compete. E spianando ancora una volta la strada ai detrattori della nostra funzione.

Un’Avvocatura rivolta solo verso se stessa, non avrà mai la possibilità di contare veramente nella società. Non indurrà gli Avvocati a sentirsi un corpo unico e compatto, capace di far sentire veramente la sua voce, con l’autorevolezza che le sarebbe propria. Ma, soprattutto, non sarà garanzia di libertà. Elisabetta Rampelli – Presidente nazionale UIF